Se
vado in dietro con la memoria, mi vedo sgambettare a Piazza S.
Pietro a Roma, magari giocando ai quattro cantoni tra il colonnato
del Bernini. C’era la guerra e mi ricordo i soldati tedeschi sul
limitare della piazza a fare la guardia. Tutto sommato ho avuto
un buon inizio da camminatore. Con mio nonno, una passeggiatina
di cinque chilometri era una cosa normale. Il tutto finiva con
un bicchiere di vino rosso all’osteria avanti casa. Mi lasciava
poche gocce e sigillava il segreto sussurrandomi all’orecchio:
non dire niente alla nonna. Poi il mio primo veicolo: un bellissimo
triciclo, con il sedile fatto a forma di panchetta sagomata, di
un inevitabile colore celeste. |
Mia
madre mi camminava accanto mentre io arrancavo pedalando in interminabili
passeggiate. Spesso da piazzale Clodio, dove abitavamo, fino al
Foro Italico che allora si chiamava Foro Mussolini. Un posto incantato,
con cento e cento statue enormi di atleti, in pose plastiche. Facevano
bella mostra di sè e delle pudenda che solo anni dopo qualche democristiano
bigotto doveva evirare e coprire con una orribile foglia di fico.
Intanto finiva la guerra, mio zio Michele, unico maschio minorenne
e per questo a casa, prende a fare l’apprendista falegname: per
me una manna. Infatti nella falegnameria facevano monopattini di
legno… ne avevo almeno una mezza dozzina per sfrecciare nel corridoio
di casa , perché per mia nonna, “ per la strada era pericoloso!”.
In effetti, per Roma sfrecciavano ovunque camionette che nel motore
mettevano di tutto. Era l’italico sostituto dei quasi inesistenti
mezzi pubblici. Faceva caldo ad agosto del ’45; la vecchia radio
“voce del padrone” parlava di una cosa strana, una bomba tanto grande
che aveva distrutto una città giapponese, Hiroshima. La cosa mi
colpì: sul marciapiedi di via Giovanni Bettolo, sotto le finestre
di casa, disegnai col gesso il profilo di una bomba enorme. |
Intanto
gli affari di zio Michele andavano bene, con i monopattini, e domenica
dopo domenica poteva comprare a Portaportese prima il telaio, poi
la forcella, il manubrio, i cerchioni di una magnifica bicicletta
tutta cromata. Erano i tempi di “ladri di biciclette” e quella di
zio Michele era meravigliosa, così cromata che sembrava di specchio.
E poi oliata e ben regolata, con una sola pedalata, pensavo, doveva
fare almeno cinque chilometri: ne ero affascinato! Ed io? Ragazzi
, zio Michele mi portava in canna, mi sentivo un re, altro che Pippetto! |
Strettamente personale:70 anni attraverso i miei mezzi di locomozione
|
| di pirant |
| Arrivano i figli, andiamo sempre più sul borghese tranquillo. Cambio macchina e scelgo un modello affidabile e sicuro: una Opel Kadett SE. SE stava per “Superfluo Escluso”. Infatti un solo specchietto, una sola aletta parasole, un solo sedile regolabile: questa volta niente cambiali, ma su qualcosa dovevo risparmiare! 6 maggio 1976: terremoto in Friuli. Siamo ad Udine, di notte, e la scossa è terrificante. Abbranco i bimbi e tutti fuori in salvo. Subito il pensiero va alla Kadett, urge un riparo e poi era nuova nuova, appena pagata. Solo che l’auto stava in garage, nel piano interrato, in posizione un poco scomoda. Infatti talvolta se non imbroccavi la manovra dovevi destreggiarti. Il piano è semplice, l’esecuzione perfetta. Aspetto una ennesima scossa, ho qualche minuto di tempo. Corro in garage. Metto in moto, massima concentrazione , marcia in dietro, sterzo, controsterzo, metto la prima e su per la rampa: mai fatta una manovra migliore. Tutta la famiglia ora ha un tetto. Avevo ancora la Kadett quando da Udine nell’80 ci trasferimmo a Latina, anzi a Norma, come abitazione. Ancora a Norma, la misi in vendita: chi la comprò fece un affarone. Infatti, il nuovo proprietario la tenne finché, lauto, fece venti anni. Era ancora perfettamente funzionante ma la revisione sarebbe stata troppo costosa e quindi l’eroica Kadett fu avviata alla rottamazione. |
In
tanto io l’avevo rimpiazzata con una Volvo 740: motore lento, ma lo
spazio!! Un doppio letto a due piazze! Trasferito a Bruxelles e stanco
di girare l’Europa con quel transatlantico la rimpiazzai con una Fiat
Croma. Spartana nelle finiture ma con un telaio stabile che permetteva
l’attraversamento della Germania, da Nord a Sud, a 180 in tutto relax.
Erano ancora i tempi del muro e nella Germania dell’Ovest si facevano
talvolta strani incontri. Strane auto dell’Est , Lada, Tatra, Skoda
e simili, uguali avanti e dietro, tanto che spesso non si capiva se
andavano a marcia avanti o indietro. I passeggeri poi, tutti vestiti
uguali e credo tutti con la stessa faccia, maschi e femmine. La personale
storia della locomozione volge al termine. Dopo una parentesi con una
Honda da 150 cavalli e 220 chilometri l’ora sono sceso a più miti consigli:
mi sono detto che forse i riflessi non erano più come quelli di una
volta. Bisogna riguardarsi: il cardiologo ordina almeno mezz’ora di
camminata al giorno. Si torna al cavallo di San Francesco. Camminando
camminando mi manca un poco il ricordo di mio nonno o forse mi manca
un nipote a cui lasciare poche gocce di vino rosso nel bicchiere, sussurrando
nell’orecchio: non dire niente alla nonna! |
Mia
madre mi camminava accanto mentre io arrancavo pedalando in interminabili
passeggiate. Spesso da piazzale Clodio, dove abitavamo, fino al
Foro Italico che allora si chiamava Foro Mussolini. Un posto incantato,
con cento e cento statue enormi di atleti, in pose plastiche. Facevano
bella mostra di sè e delle pudenda che solo anni dopo qualche democristiano
bigotto doveva evirare e coprire con una orribile foglia di fico.
Intanto finiva la guerra, mio zio Michele, unico maschio minorenne
e per questo a casa, prende a fare l’apprendista falegname: per
me una manna. Infatti nella falegnameria facevano monopattini di
legno… ne avevo almeno una mezza dozzina per sfrecciare nel corridoio
di casa , perché per mia nonna, “ per la strada era pericoloso!”.
In effetti, per Roma sfrecciavano ovunque camionette che nel motore
mettevano di tutto. Era l’italico sostituto dei quasi inesistenti
mezzi pubblici. Faceva caldo ad agosto del ’45; la vecchia radio
“voce del padrone” parlava di una cosa strana, una bomba tanto grande
che aveva distrutto una città giapponese, Hiroshima. La cosa mi
colpì: sul marciapiedi di via Giovanni Bettolo, sotto le finestre
di casa, disegnai col gesso il profilo di una bomba enorme.
Intanto
gli affari di zio Michele andavano bene, con i monopattini, e domenica
dopo domenica poteva comprare a Portaportese prima il telaio, poi
la forcella, il manubrio, i cerchioni di una magnifica bicicletta
tutta cromata. Erano i tempi di “ladri di biciclette” e quella di
zio Michele era meravigliosa, così cromata che sembrava di specchio.
E poi oliata e ben regolata, con una sola pedalata, pensavo, doveva
fare almeno cinque chilometri: ne ero affascinato! Ed io? Ragazzi
, zio Michele mi portava in canna, mi sentivo un re, altro che Pippetto!
In
tanto io l’avevo rimpiazzata con una Volvo 740: motore lento, ma lo
spazio!! Un doppio letto a due piazze! Trasferito a Bruxelles e stanco
di girare l’Europa con quel transatlantico la rimpiazzai con una Fiat
Croma. Spartana nelle finiture ma con un telaio stabile che permetteva
l’attraversamento della Germania, da Nord a Sud, a 180 in tutto relax.
Erano ancora i tempi del muro e nella Germania dell’Ovest si facevano
talvolta strani incontri. Strane auto dell’Est , Lada, Tatra, Skoda
e simili, uguali avanti e dietro, tanto che spesso non si capiva se
andavano a marcia avanti o indietro. I passeggeri poi, tutti vestiti
uguali e credo tutti con la stessa faccia, maschi e femmine. La personale
storia della locomozione volge al termine. Dopo una parentesi con una
Honda da 150 cavalli e 220 chilometri l’ora sono sceso a più miti consigli:
mi sono detto che forse i riflessi non erano più come quelli di una
volta. Bisogna riguardarsi: il cardiologo ordina almeno mezz’ora di
camminata al giorno. Si torna al cavallo di San Francesco. Camminando
camminando mi manca un poco il ricordo di mio nonno o forse mi manca
un nipote a cui lasciare poche gocce di vino rosso nel bicchiere, sussurrando
nell’orecchio: non dire niente alla nonna!