NON
TUTTI SANNO CHE...
curiosità a cura di Bruno Maria Bertucci
FORUNCOLO - Diminutivo
del latino “Fur” = ladro.
“Furunculus” = piccolo ladro, veniva denominato dai
Latini il tralcio laterale della vite che, succhiando la linfa,
toglie l’alimento al tralcio principale.
In seguito il nome venne dato alla gemma da cui si originava il
tralcio secondario. Per analogia visiva la parola è passata
poi a designare il piccolo, antiestetico rigonfiamento della pelle
che, anche quando non provoca danni, “sottrae” la
serenità.
Il latino “Fur” ci ha dato anche “Furto”,
“Furtivo”, “Furfante”, “Furetto”.
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TAGLIARE-
Dal latino tardo “taliare” = “realizzare la
talea”, cioè porre a dimora una parte della pianta
dopo averla tagliata, per dar luogo a un nuovo individuo.
La pianta proveniente da talea (così come dalle similari
“margotta’ e “propaggine”), è
un clone, ossia un “individuo riprodotto per via vegetativa”
(e quindi non sessuata) e clonazione è la relativa operazione.
Queste parole, oggi fonti di tante discussioni e polemiche e
percepite con una generalizzata connotazione negativa, si riallacciano,
dunque, a una delle più antiche ed essenziali pratiche
del mondo agricolo.
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CALAMITÀ
- Parola che designa un disastro collettivo che non dipende dalla
volonta’ dell’uomo. Ha origine dal latino “Calamus”,
vocabolo che significava “cannuccia” ma in particolare
lo stelo del grano (e degli altri cereali).
“Calamitas” era , per i Latini, la malattia che colpiva
il calamus (le odierne fusariosi, ruggini, ecc.) e che comportava
la perdita del raccolto e quindi la carestia e la disperazione.
“Incolume” ( da “in” privativo e “calamus”),
letteralmente non colpito da calamità, era colui che evitava
un disastro (dal latino “dis”, con funzione negativa,
e “astrum”, cioe’ astro contrario, astro che
manda influssi malefici sulla terra).
Calamus quindi come culmo del frumento (“Negli arsi calami”-
A.Manzoni) ma anche penna per scrivere, ricavata da cannucce e
penne di uccelli, significato, anche se desueto, rimasto nella
nostra lingua, per lo più come uso letterario o per civetteria,
da cui deriva “calamaio”, accessorio praticamente
sconosciuto ai più giovani, che tuttavia nel latino “calamarius”
indicava il contenitore di penne, insomma un astuccio, e non il
vasetto dell’inchiostro.
Da calamarius a “calamaro”, contenitore vivente di
inchiostro, il passo è breve.
Il percorso è invece lungo se dalle calde acque del Mediterraneo
ci trasferiamo nelle isole britanniche dove il “calamus”
dei legionari romani è diventato “Quill” conservando
tutti i significati originari e assumendo, analogamente a quanto
avvenuto da noi, anche quello relativamente recente di “penne”,
con riferimento alla caratteristica forma di una comunissima pasta
corta.
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